|
|
THE LEX L. BRONKOWITZ ORCHESTRA CATALOGUE |
|
|
OSSI DURI |
DIE BEISTELLTISCHE | |
| ZAPPATISTAS |
![]()
© 2007 private release
|
LEX L. BRONKOWITZ
ORCHESTRA
Great Boogly Moogly
SORPRESONA!
Aspettiamo pazientemente un lavoro completo ... speriamo che sia reso disponibile MOLTO MOLTO PRESTO! |
![]()
© 2005 private release
|
LEX L. BRONKOWITZ
ORCHESTRA
Plays FZ
AAARGHHH!
ma come !?!?!
|
![]()
© 2004 private release |
LEX L. BRONKOWITZ
ORCHESTRA
The Dangling kitchen session Sorpresa, sorpresa. Lex L Bronkowitz mi ha fatto una sorpresa graditissima inviandomi copia del suo nuovo lavoro, o meglio, una anticipazione dello stesso a mezzo un CD ep che contiene solamente (sigh) 5 brani per un totale di 9-NOVE-minuti (troppo pochi!!!). Eppure la qualità delle rielaborazioni di Lex ha ormai raggiunto un livello ben al di sopra di qualsiasi aspettativa. In questo caso il cd (anticipazione dell'attesissimo lavoro completo previsto per Giugno 2005) contiene le reinterpretazioni di Dupree's paradise, Big Swifty, Clowns on velvet, Beauty knows no pain, G-spot Tornado. Unico brano cantato e completo, Beauty knows no pain mette per l'ennesima volta, in evidenza le qualità vocali della sorella Katharina e l'intelligente sistema di arrangiamento. Gli altri brani sono energiche riproposizioni dei temi principali tranne che per l'acrobatico G-Spot Tornado che viene proposto con un arrangiamento tra i più indovinati e mai immaginati per una musica così incredibile con le interpolazioni di Zombie Woof, Pick me I'm clean fino ad una citazione conclusiva della rimica della Roxy-version di Trouble Everyday ad offrire motivo di attenzione e soddisfazione per l'appassionato delle citazioni zappiane. Se questo è solo l'antipasto ... non vedo l'ora di passare al primo. |
![]()
© 2002 private release |
LEX L. BRONKOWITZ
ORCHESTRA
I'm only on him for the money
Splendida quanto inaspettata sorpresa rintracciata casualmente tra i |
![]()
© 1999 private release |
LEX L. BRONKOWITZ
ORCHESTRA
Get Dressed or Arrested
Inutile scrivere delle meraviglie di questo ulteriore capitolo
re-inventivo e ri-strutturale del nostro protagonista. Qui, a fare
grande sfoggio di se stesse sono una stravolta quanto tirata
Transylvania boogie,
le curiose strumentali
Honey, don’t you want a
man like me e
(la molto innovativa)
Mom & dad
oltre ad una ordinata e coperta
Inca roads.
Il procedimento rielaborativo è lo stesso che caratterizzera’ poi il
disco successivo (ovvero
I'M ONLY ON HIM FOR THE MONEY vedi sopra),
ma qui con forse meno voli autonomi e – di conseguenza – con un maggiore
rigore filologico strettamente musicale, anche se il gioco delle
"scatole cinesi" permette a Lex di interpolare le quasi sconosciute
tradizionali Wedding Dress Song e Handsome Cabin Boy
all'interno di
Mr Green Genes,
con una naturalezza proprio da assoluto conoscitore della materia.
Stessa perizia nel riproporre
King Kong,
Let's move to Cleveland,
Harry you're a beast,
la super chitarristica strumentale
The Idiot Bastard Son,
ed una "bass variation" sul tema di
Oh No.
Forse l'esperimento meno riuscito è quello di una troppo rigida e molto
"metronomica"
Watermelon in easter hay...
ma si sa che in quel caso il compito era particolarmente arduo. |
|
© 2004 |
OSSI
DURI Che
il lavoro di perfezionamento della capacità interpretativa dell'(ormai
ex) baby band piemontese fosse a buon punto, ne avevo avuto il sentore
vedendoli suonare live con due mostri sacri della comunità zappiana Ike
Willis e Napoleon Murphy Brock. Ma che tale lavoro fosse giunto a
cotanta qualità, sinceramente mi era sconosciuto. Meglio! Tutto il
saper-zappiano acquisito dai ragazzi e fortemente indotto dalla figura
di padre-manager di Filippo Bellavia (vero genitore di due, zio di uno e
mentore degli altri ‘Ossi’) è stato convogliato nella realizzazione del
disco che dovrebbe consegnarli definitivamente agli appassionati
zappiani italiani ed internazionali come una delle realtà dedicate al
Maestro più convincenti. Certo, il fatto di sentire le voci originali di
Ike (leggendario “fro:madjo”) Willis e Napoleon aiuta, così come aiuta
la presenza qua e la' di Mike Keneally, Elio, Riccardo Balbinutti e i
dialoghi surreali di Rocco Tanica e Claudio Bisio, ma è indubitabilmente
profondo il solco che divide una qualsiasi buona cover band zappiana
internazionale dalle gesta di Martin, Ruben, Simone ed Alex. X esce a
dieci anni (ma dai?) dalla scomparsa di Zappa, ma al contempo celebra i
dieci anni (ma dai... dai?) di attività della band, una coincidenza che
non poteva essere lasciata senza una qualche celebrazione. Proprio per
questa ambivalente ragione, il progetto messo a fuoco in questi mesi ha
prodotto un lavoro capace di mettere in evidenza anche le doti
compositive della band, non solo quelle di notevole capacità
interpretativa delle complesse pagine musicali di Zappa. I tre brani
originali presenti nella raccolta non sfigurano con le rimanenti cover
di Zappa, se non nella misura in cui il pubblico è nella stragrande
maggioranza digiuno dello stile compositivo dei ragazzi, mentre con ogni
probabilità ben conosce quello del Maestro-da-cui-tutto-parte. Se
addirittura poi uno dei brani originali (Balletto) viene affidato ad
Elio non si può non notare come lo stile del gruppo sia credibile anche
per dei ‘ fratelli indiscutibilmente più grandi’, in perfetta in
sintonia con lo scenario circostante. Zappianamente parlando invece sono
decisamente notevoli le renditions di Florentine Pogen, Andy (ma perché
la voce non è quella di Nappy???) e Packard Goose, ma su tutte una
sconvolgente Sinister Footwear (soprattutto per tutti coloro che non li
hanno mai visti live, la stessa micidiale composizione è presente
nell'esecuzione live degli OD a Bad Doberan durante lo Zappanale 13, nel
cofanetto triplo dedicato alle registrazioni della kermesse Pomerana),
ordinata e miracolosamente pressoché perfetta nonostante la scrittura
ostica ed acrobatica. Semplicemente imperdibile la ridicolizzata Black
Page, eseguita al pianoforte a quattro mani (immaginate un'inquietante
duetto di Pippo Baudo e Franco Bracardi) e ‘ridotta’ ad essere degna
solo di accompagnare una passerella da avanspettacolo di Garinei e
Giovannini (ma chi ha avuto questa GENIALE idea?!)... Frank sicuramente
avrà apprezzato. |
![]()
© 2001 |
DIE BEISTELLTISCHE
Zappa a cappella Contrariamente a
quanto affermato nella loro webpage il progetto di questi sei ragazzi
di Göttinger non è il solo dedicato alla riproposizione vocale
a-cappella della musica di Frank Zappa e questo lo sanno tutti coloro
che hanno seguito le performance di Rockapella durante l’ormai
lontanissimo Zappa’s Universe o –più recentemente- quelli che hanno
acquistato il disco del gruppo vocale The Persuasions (e recensito
qualche DK-numero fa). Ho recentemente ricevuto copia del loro cd promo
intitolato semplicemente Zappa-a-cappella e devo ammettere che ero molto
curioso di approfondire la loro reinterpretazione zappiana soprattutto
dopo aver ascoltato i due files mp3 presenti (finora) online. Dei due,
Dead girls of London
in particolare mi era piaciuta molto, dal momento che non mi aspettavo
certo una versione vocale di uno dei brani più ‘oscuri’ e sconosciuti di
Frank (tanto oscuro da comparire solamente in YCDTOSA 5 e relegato a
brano-traino del disco di L.Shankar Touch me there prodotto da FZ
nel 1979). Ad ogni modo la curiosità dettata anche dalla indubbia
capacità organizzativa delle voci dei Die Beistelltische nel creare una
sorta di Zibaldone Zappiano mi ha spinto ad aspettare la loro uscita
discografica ufficiale con una certa impazienza. Aspettative premiate
perchè, anche se alla fine hanno deciso di proporsi soltanto con un
breve demo di 22 minuti scarsi, il sestetto germanico riesce comunque a
distinguersi da tutte le altre esperienze precedenti per una accurata
quanto bizzarra scelta del repertorio da utilizzare come presentazione
del proprio lavoro. I sei brani contenuti in questo cd sono nell’ordine:
Shall we take ourselves seriously?,
My guitar wants to kill your mama, Brown Moses,
Promiscuous, Sharleena, In France e non ci vuole molto
per cogliere l’intelligente stranezza ed obliquità della selezione
musicale effettuata. Nel caso specifico di Brown Moses o Shall
we take ourselves seriously? la rendition è veramente interessante,
con variazioni del tempo e di armonia molto funzionali allo scopo. |
![]()
© 2001 |
ZAPPATISTAS Absolutely Live ZAPPATISTAS è un
progetto nato su commissione della Nottingham Arts originariamente
destinato ad essere una occasione unica per dedicare una serata musicale
alla memoria di Frank Zappa da tenersi nell’ambito di un festival a
Newmark alla fine del 1998. Il concerto che ne risultò però fu talmente
entusiasmante da indurre i musicisti coinvolti a ripensare al progetto
con una maggiore potenziale continuità, progettando per il gruppo
ulteriori occasioni per esibirsi. Responsabili primi dell’esistenza di
questa band sono il chitarrista John Etheridge (già apprezzato solista e
con all’attivo in passato brevi collaborazioni in gruppi come Soft
Machine o con alcuni tra i più conosciuti esponenti della scena
jazz-rock inglese tra i quali ricordo al momento Elton Dean, Dick
Heckstall-Smith, Alan Skidmore) ed il tastierista Steve Lodder.
Avvalendosi della collaborazione di musicisti del calibro di Annie
Whitehead (già con Penguin Cafe Orchestra e attualmente Soupsongs
Project), Teena Lyle (pianista e multistrumentista molto apprezzata come
session-woman), Ben Castle, Paul Jayasinha, Rob Statham e Mike |
|
ENSEMBLE AMBROSIUS Dalla Finlandia spunta inaspettato questo gioiello di riproposta musicale zappiana ad opera di un gruppo che pur concentrandosi professionalmente nella musica barocca, ha trovato forti motivazioni nel ricercare una ennesima chiave di lettura di alcune tra le più conosciute pagine del Maestro e pubblicarle in una pregevolissima raccolta su Compact Disc. In realtà, come Olli Virtaperko scrive nelle esaurienti note copertina, fin dall'inizio questo ensemble ha sempre visto in Zappa una delle sfide interpretative da raccogliere per questa opera di mantenimento e diffusione della musica del compositore americano. Questa determinazione li ha spinti ad una richiesta ufficiale allo ZFT per ricevere l'imprimatur e l'approvazione formale alla realizzazione di questo disco e dopo averla sorprendentemente ottenuta, hanno anche avuto il privilegio di essere introdotti da lusinghiere note di copertina redatte da Ali N. Askin. I brani che compongono la selezione qui proposta vanno dalle più consuete 'Uncle meat', 'Black page n.2', 'G-spot tornado' alle molto meno usuali 'Night school' o 'Echidna's arf (of you)' e mantengono inalterato lo standard di qualità in maniera costante ed ineccepibile. Strumenti quali oboe barocco, oboe da caccia, arciliuto, fagotto barocco, melodica, mandolino o dulcimer sembrano a prima vista delle curiose integrazioni a strumenti anche zappianamente più convenzionali quali harpsichord, violoncello o glockenspiel, ma in realtà ascoltandone il risultato finale non si può non rimanerne affascinati. Gli arrangiamenti dei brani sono concettualmente divisi in due diversi approcci o visioni, proprie dei due principali musicisti elaboratori delle partiture Virtaperko ha scelto una maggiore flessibilità improvvisativa nell'esecuzione (ed infatti la sua rielaborazione di 'Alien orifice' ne è un brillante esempio), mentre Ere Leivonen ha invece optato per una lettura quanto più possibile tradizionale e formale delle pagine originali. Un solo brano cantato è presente in questo disco, ed è 'The idiot bastard son', veramente stupefacente nel suo risultato. L'album intero risulta bello, piacevole e molto interessante nella rielaborazione puramente sonora ben sintetizzata dalle parole di Askin presenti nella confezione del libretto: «... grandi idee di arrangiamento, meravigliosi colori sonori, utilizzo non convenzionale di strumenti ...» in una formula che crea una musica da camera barocca con tematiche zappiane ... quasi un vero Francesco Vincenzo Zappa di Baltimora. Ottimo da avere, il disco è disponibile via internet, ma è disponibile anche nei migliori negozi di musica classica (ap). |
|
© 1999 |
MUFFIN MEN Questo è proprio un disco che fa per me e per cui sono contento di scrivere una recensione per il DK. Innanzitutto non credo sia necessario ricordarvi l’esistenza dei Muffin Men nel novero delle numerose Zappacoverbands internazionali. Il loro primo concerto risale al 1990, quando nessuno pensava alla necessità di diventare una coverband alla memoria di Frank. Da quella prima esperienza sono passate molte lune e si sente perché non solo il gruppo ha subito molti cambiamenti ed ha potuto sperimentare differenti formule operative, coinvolgendo spesso anche vecchi ‘compagni-di-avventura’ del Maestro, ma adesso il suono ed il repertorio sono certamente ben saldi e personalizzati con intelligenza. Probabilmente molto dipende dal fatto che il line-up adesso è formato da musicisti molto affiatati tra loro (alcuni di loro hanno militato insieme in quella – per me - cult band chiamata Wizards of Twiddly) e quindi la sicurezza con cui si pongono nei confronti delle loro riletture è di gran lunga aumentata e consolidata. Liverpool è la città natale di questa band, e non deve stupire quindi se almeno in questa occasione riportano in superfice una presenza beatlesiana di assoluto rilievo per cui prima la citazione di Abbey Road sul finale della sorprendente Lonely little girl e poi l’intera interpolazione tra le Beatlesiane Revolution 9, I want you e King Kong che invogliano ad ascoltare questa band con uno spirito compiaciuto e divertito, nella curiosità dei possibili accadimenti sonori successivi. Per questo ho evitato di quardare le note di copertina per proseguire in un ascolto al buio dell’album. La sorpresa quindi è stata totale e degna di assoluta menzione meritoria. Intanto, per gradire, due cover di un certo Don Van Vliet aka Capt.Beefheart (Sure ‘nuff and yes I do e Dropout boogie) cantate da un tizio, un indiano Cherokee (chi?) poi una magistrale seconda interpolazione di King Kong con la Zeppeliniana Kashmir (… decisamente molto Fred Zappelin!!!). My guitar wants to kill your mama è qui proposta in una versione estremamente tirata e tonica con un bizzarro assolo su una corda della durata di 35 secondi (16 misure piene), che solamente un chitarrista come Carl Bowry (europeo e bizzarro ex WoT) poteva pensare di inserire in un contesto simile. Dupree’s paradise include anche il tema di Big Swifty e mette in grande evidenza il flauto di Martin Smith (anch’egli ex WoT) ed ancora la chitarra di Bowry. Tell me you love me, Heavy duty Judy , I’m the slime sono qui potenti e brillanti come non mai grazie evidentemente alla formazione ‘guitar-power-driven’ senza tastiere e suoni sintetici troppo invadenti. Alla batteria l’onore di una Black Page Drum solo che introduce ancora l’indiano-del-gruppo e la sua storia raccontata appunto nell’originale The indian of the group (con inevitabili micro inserti a-la-Zappa di Day tripper, My Generation, Voodoo Child ogniqualvolta viene citato un qualche personaggio musicale da lui incontrato nella sua carriera). Il disco poi si conclude con una monster-version di Willie the pimp (cantata a-la-Beefheart come soltanto l’indiano sa fare… e contaminata dall’indimenticabile riff e dal finale di Smoke on the water dei Deep Purple!!!) e un vero e proprio tuffo nel lontano luglio 1966 addirittura con una struggente Go cry on somebody else’s shoulder. Per vostra ulteriore informazione il Cd contiene anche una parte ipertestuale con alcune pagine navigabili relative alle varie fasi della carriera della band e qualche breve (troppo) video clip ad illustrare ogni singola evoluzione cronologica. In definitiva un disco realmente notevole indispensabile per gli amanti delle riproposte zappiane. (ap). |
![]()
© 2001
|
PIERREJEAN GAUCHER Zappe Zappa Una inquietante presenza ‘vocale’ di Frank Zappa introduce ‘Heavy Duty Judy’, brano di apertura di questo eccellente disco-tributo a Zappa proposto dal musicista Pierrejean Gaucher, un lavoro che rende giustizia ad un meritorio omaggio all’uomo di Baltimora preparato su richiesta della direzione artistica di un festival musicale Francese all’indomani della morte del Maestro, ma che si è presto rivelata talmente ben riuscita da essere in seguito spesso riproposta in numerosi festivals d’oltr’Alpe. Da sempre appassionato ascoltatore di Zappa, Gaucher sintetizza con straordinaria intelligenza "l’attitudine zappiana", l’approccio con il mondo delle dodici note (o più) fatto di ironia e capacita’ tecnico-interpretative non comuni. Svariando con un quintetto jazz-oriented, Gaucher riesce a non cadere nel più classico dei trabocchetti autocompiacenti, quello di ridurre cioè la musica di Zappa a temi per improvvisazioni (pur comunque presenti) autocelebrative, che ben poco hanno a che vedere con lo spirito originario delle composizioni usate. E’ l’inevitabile gioco delle citazioni a scatola cinese che rende questo disco intelligente e spesso addirittura entusiasmente per un appassionato conoscitore di TUTTA la musica composta da FZ, perché tra un tema e l’altro (magistrale le interpolazioni tra "Sofa" ed il tema di "Eric Dolphy’s memorial barbecue" o quella tra il tema di "Sinister footwear" ed "Uncle meat"), i brani diventano realmente ‘opera unica’ assumendo una ‘densità concettuale’ fino ad oggi mai riscontrata in un disco di cover. Ed in effetti i titoli che appaiono indicati sulla copertina non sono che una ‘traccia guida’ nel viaggio di ‘reperti sonori di composizioni zappiane’, ricco di tanti altri frammenti interpolati tra loro, intrecciati in una texture di fondo così indiscutibilmente originale. Gaucher si spinge addirittura a ‘coverizzare’ "Welcome to the United States" ... traducendo in francese il delirante modulo di richiesta di ammissione nella potente Amerika dei giorni nostri, una scelta questa che a me personalmente è sembrata rappresentare un giusto omaggio allo Zappa dell’ultimissimo periodo, quello capace di continuare nella sua opera di derisione nonostante le sue proprie condizioni di salute ormai compromesse ... un omaggio quindi alla vera natura sempre e comunque ironica dell’uomo Zappa. Quell’uomo la cui voce ogni tanto riecheggia sorprendentemente qua e la, commentando puntualmente con straordinaria pertinenza questo viaggio attraverso la sua propria musica e quella da lui scelta in vita per citare a sua volta i suoi beniamini (o, a seconda del caso, i suoi bersagli). Ma è ancora una volta la sensibilità di Gaucher - e dei musicisti che lo accompagnano - che permette di intraprendere questo viaggio attraverso questa impossibile relazione riuscendo a porre tutto in modo sapientemente dosato e calibrato, senza mai eccessi o perdite di stile, neanche quando la dolcissima melodia di "The idiot bastard son" diventa pretesto per uno squisito assolo di sax soprano che mai però dimentica l’origine del tema da cui nasce, rimanendo comunque ad esso fedele senza cioè avventurarsi in divaganti e fuorvianti mondi paralleli. Anche il superbo arrangiamento di "Inca roads" per chitarra e flauto conferma la grande capacità di rilettura delle più complesse partiture zappiane, offrendo in più un saggio di bravura chitarristica dello stesso Gaucher, finalmente libero di suonare il proprio strumento. Nel ricordarvi che la registrazione di questo lavoro è RIGOROSAMENTE DAL VIVO, si giunge alla conclusione del disco che viene affidata ad una sommessa e disciplinata esecuzione di "Strictly genteel", che sfuma in un silenzio che sa di vuoto, quel vuoto sonoro lasciato purtroppo da un grande Maestro, e inutilmente mantenuto tale da chi potrebbe riempirlo ... ma questa è un’altra storia. Grazie Pierrejean, grazie di cuore. (ap) |